Derealizzazione: Sogno o Realtà?


La derealizzazione è un disturbo dissociativo che porta l’individuo che ne soffre a percepire in maniera distorta la realtà che lo circonda e, spesso, le persone conosciute come estranei. Si tratta di una patologia che può essere legata a quella degli attacchi di panico.

Per capire fino in fondo, per conoscere questo problema sotto ogni aspetto, è utile ascoltare le testimonianze di chi soffre o ha sofferto di derealizzazione.

Maresa è una ragazza di 22 anni ed in passato ha portato sulle sue spalle questo peso, ma con impegno, una grande forza di volontà ed una lotta senza esclusione di colpi, è riuscita a sconfiggere quel mostro che stava cercando di distruggerla.

Ha accettato di rilasciarci alcune dichiarazioni riguardo alla sua esperienza nella seguente intervista, in modo da informare coloro che non conoscono questo disturbo ed aiutare chi ne è affetto.

I nostri più sinceri ringraziamenti a questa coraggiosa ragazza.

G.: Allora Maresa, dicci. Come e quando si è manifestato questo disturbo?

M: Il disturbo si è manifestato la prima volta in un pomeriggio di gennaio del 2017. Stavo guardando dei video online per tentare di rilassarmi, quando d'improvviso ho avuto questo primo attacco di quello che gli psichiatri definiscono "crisi dissociativa". Era un periodo difficile per me. Erano da poco riprese le mie visite dalla psicoterapeuta: avevo toccato il fondo con la mia ansia generalizzata e già si stava abbozzando un principio di depressione. Gli attacchi di panico caratterizzavano quasi tutti i miei giorni e avevo continuamente paura di tutto, anche quando non c'era il panico. Vivevo con il terrore di morire da un giorno all'altro e quindi diciamo che questo contribuì fortemente nello scatenare questo sintomo tipico, purtroppo, di chi soffre d'ansia (ma non solo). Perché dobbiamo sempre ricordarlo! Le crisi dissociative non sono mai una patologia a sé stante, ma sono quasi sempre riconducibili ad altri disturbi psichiatrici, da quelli più comuni a quelli di entità più seria.

G: Non riesco ad immaginare quanto sia stato terribile. Cosa provavi in quei momenti?

M: È difficile spiegare esattamente cosa si provi in quei momenti. Le prime volte le crisi erano violente. D'improvviso osservavo cosa e chi mi circondava e si faceva spazio dentro di me un unico dubbio insinuante: tutto ciò è reale? Da lì si apriva una voragine fatta di panico e terrore. Tutto sembrava irreale, finto. Il senso di solitudine è devastante. Cominci addirittura a pensare che i tuoi amici siano frutto di una tua allucinazione e che non appartengano a nulla di reale. Ti senti sconfitto, impotente ma soprattutto alienato. È una nausea. Così la definiva Sartre, celebre filosofo/scrittore che ne soffrì a lungo e che descrisse magistralmente questo tipo di disturbo nel suo libro "La Nausea", per l'appunto. A quei primi attacchi si susseguivano attacchi di panico e pianti ininterrotti e disperati. Spesso dovevo correre a nascondermi per vomitare. È sicuramente una delle sensazioni più paralizzanti che sia dato provare all'essere umano. Forse anche più dell'attacco di panico. L'unica cosa che sapevo, è che DAVVERO non avevo provato mai niente di così terribile...e all'epoca, di cose terribili ne avevo provate! Il secondo periodo, invece, fu meno spaventoso ma più doloroso. Purtroppo la mia derealizzazione si cronicizzò e cominciai a soffrirne 24/24h. Non avevo più il terrore. Il mio psichiatra e la mia psicologa mi avevano ampiamente spiegato di che si trattava. Il mio cervello si rifugiava in una specie di campana di vetro, perché lo stavo facendo soffrire troppo. È un modo di proteggersi che ha la mente, in periodi in cui si è fortemente stressati o depressi. Si fece strada, però, un altro tipo di paura. Quella di non poter più guarire da questa condizione. Trascorrevo le mie giornate con un forte senso di solitudine e alienazione addosso. Mi sembrava di essere in una bolla di sapone. Potevo vedere tutto e vivere tutto, ma non ero veramente partecipe. La sensazione era quella di guardare un film. Perfino i bellissimi paesaggi naturali mi sembravano disegnati e finti. Presa conoscenza del fatto che era un sintomo delle mie patologie, non facevo altro che chiudermi in camera con la speranza che andasse via. Ma per quanto mi sforzassi, era sempre lì, la mia amica... E la mia ossessione per mandarla via, non faceva che acuire il disturbo. In quanto la derealizzazione, è bene saperlo, si nutre del nostro rimuginio. Beh, da soggetto ansioso, non potevo che rimuginare in modo quasi ossessivo su ogni mio problema! Per cui ero un cane che si mordeva la coda e la cosa andò avanti per tre/ quattro mesi buoni.

G: Ti sei sentita incompresa dagli altri?

M: Certo, mi sono sentita terribilmente incompresa. Per quanto mi sforzassi di spiegarmi, nessuno davvero comprendeva quello che provavo. Qualche amico mi osservava come fossi una sciroccata, qualcun altro mi vedeva come un fenomeno da baraccone, altri sminuivano la mia sensazione. C'era chi voleva aiutarmi, ovviamente...ma anche in quel caso, per quanto si sforzassero, non potevano comprendere! Chi non ha mai avuto questo disturbo, difficilmente riesce ad immedesimarsi. E da una parte è bene! In qualsiasi caso, trovavo rifugio solo su qualche forum online (che fanno più male che bene a chi soffre di determinate patologie) e nella lettura di libri che trattassero l'argomento in maniera romanzata. L'idea che dei personaggi, anche piuttosto illustri, ne avessero sofferto, mi dava un po' di sollievo. Mal comune mezzo gaudio! *Ride* ricordo che mi affezionai moltissimo a Sartre e lessi con estrema affezione ‘L'étranger’ di Camus, dove il concetto di essere "estranei a se stessi" era molto marcato. Tuttavia, fu proprio l'incomprensione da parte degli altri che mi diede uno scossone, ma questo lo approfondirò a tempo debito.

G: Purtroppo non tutte le persone sono capaci di provare empatia verso gli altri. Non capiscono che questi disturbi sono un macigno che rendono il vivere più difficile. Quanto la derealizzazione ha condizionato la tua vita?

M: Molto. Senza necessità di dilungarmi in questa risposta, sicuramente mi ha condizionata tantissimo. Mi ha condizionata nel mentre, perché ovviamente era uno stato cronico di sofferenza, ma inaspettatamente anche dopo. Quando guarisci guardi il mondo con occhi diversi e niente è come prima. In positivo, però!

G: Hai sofferto anche di depersonalizzazione?

M: Certo. Anche se in maniera meno marcata. Anzi, dirò di più: la mia prima crisi dissociativa fu proprio un attacco di depersonalizzazione. Mi guardai le mani e d'un tratto il mio corpo mi sembrava qualcosa di totalmente estraneo. La mia mente era distaccata dalla mia fisicità! Non mi riconoscevo allo specchio. Pensavo cose come "questa sono io? Queste sono le mie mani?". È una cosa che detta così fa sorridere, ma vi assicuro che provandola la voglia di riderci su svanisce. È una sensazione avvilente e spaventosa, anche se trovo maggiormente paurosa la derealizzazione. Forse perché mi dava più conforto l'idea di non avere certezze su me stessa, piuttosto che non averne su tutto il resto del mondo *ride*.

G: Come sei riuscita a 'guarire' da questa patologia?

M: Come dicevo prima, il non essere compresa influenzò molto l'inizio del mio processo di guarigione. All'epoca assumevo regolarmente farmaci e li combinavo con sedute di terapia. Ahimè, cominciai a non sentirmi nemmeno più capita dalla mia psicoterapeuta e lì arrivai alla conclusione che era necessario che mi dessi una mossa a uscirne. La risposta non fu così chiara da subito, però. Semplicemente smisi di parlarne. Ero stanca. Sfinita! Fino a quel momento avevo tentato di combattere questo mostro, ma senza risultati. Anzi, dandogli la mia totale attenzione, ne avevo incrementato il potere...quindi, semplicemente mi arresi. Mi arresi all'idea che stavo male e dovevo ristabilirmi e che questo processo avrebbe richiesto tempo. Cominciai ad accettare il mio malessere. Lo abbracciai e poi cominciai ad ignorarlo. Quando si acutizzava quella sensazione di estraneità, mi mettevo a fare qualcosa. Come guardare un film, fare un bagno caldo, una passeggiata nella natura. Qualsiasi cosa che mi piacesse. Mi coccolavo. Dopotutto, me lo meritavo! Un po' alla volta il disturbo si è fatto meno opprimente e lentamente, ogni giorno di più, scomparve. Nel giro di due mesi andò via e per me iniziò una nuova fase della mia vita. Sembra facile dirlo così, ma mi rendo conto della difficoltà. Era difficile stare male e fare finta di nulla. Ed era difficile rispettare la presa di posizione di non parlarne più anche se in realtà quella sensazione era sempre lì con me. Però, i miei sforzi hanno dato i loro frutti. La derealizzazione era ciò che rimaneva della mia ansia e della mia depressione. Quando se ne andò, venni dichiarata clinicamente guarita.

G: Cosa consiglieresti a coloro che soffrono di questo disturbo?

M: Un unico consiglio: quello di farsi curare da persone competenti. Sia con terapia psicologica che con terapia farmacologica se la sua patologia scatenante lo richiede. Fidatevi dei vostri medici! Sempre. È anche grazie al loro prezioso intervento che adesso sono qui a potervi raccontare questa mia esperienza con il sorriso sulle labbra. Altro piccolo consiglio, per quanto sia frustrante, accettate di stare male. Abbracciate la vostra condizione! Datevi tempo e siate pazienti e buoni con voi stessi. Non è colpa vostra. Non siete un problema e non siete pazzi! Ultima chicca: non andate sui forum a rimuginare sul vostro problema. Per quanto sia confortante sapere che ci sono altre persone con lo stesso disturbo, continuare a pensarci non vi aiuterà ad uscirne. Anzi! La dissociazione si nutre dei nostri pensieri ossessivi, per cui passare delle ore a leggere/scrivere di questa condizione non farà che peggiorare quel senso di "distacco" tipico del disturbo. Vogliatevi bene! Sono la prova vivente che si può uscire da questo tunnel.

Se avete letto fino alla fine, avrete capito almeno in parte il dolore e la fatica celate dietro a patologie, come questa, spesso prese sottogamba.

Ricordate, una ‘malattia’ va presa in considerazione con la dovuta serietà che sia essa del corpo o della mente.

Dire ad una persona ‘non hai nulla’, non è d’aiuto, non gli permette di guarire.

Se qualcuno avesse un braccio rotto e gli direste questa fatidica frase, il braccio guarirebbe?

No.

Bisogna sempre riflettere e mettersi nei panni degli altri, prima di aprir bocca.

Giada Licciardi

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